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La chiusura dello Stretto di Hormuz rischia di lasciare un’impronta duratura sull’economia occidentale, ben oltre la durata del conflitto che l’ha generata. È questa la tesi sostenuta da Francesca Donato, ex europarlamentare con esperienza nella Commissione per l’energia, l’industria e la ricerca del Parlamento Europeo, che in diretta ai nostri microfoni ha richiamato le analisi di Goldman Sachs per inquadrare la portata della crisi in atto.
Donato distingue nettamente tra la dinamica dei mercati finanziari — soggetti a rimbalzi rapidi e influenzati dal sentiment degli analisti — e quella dell’economia reale, dove gli effetti degli shock energetici tendono a sedimentarsi nel tempo. Un principio, sottolinea, condiviso dalla letteratura economica e dagli analisti di settore. Le previsioni di Goldman Sachs cui fa riferimento stimano un crollo della produzione petrolifera globale fino a 17 milioni di barili al giorno al culmine della crisi, una cifra che rende evidente la scala del problema. Secondo la banca d’affari americana, il prezzo del greggio non tornerà ai livelli pre-conflitto — circa 60 dollari al barile — e, nell’ipotesi più ottimistica, si stabilizzerebbe intorno agli 80 dollari. Un cambio strutturale, non una fiutata temporanea.
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