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Sono passati cinque anni dall’avvio della campagna vaccinale anti-Covid, e il nodo della classificazione di quei prodotti resta irrisolto.
Una domanda continua a non avere risposta ufficiale: cosa sono stati davvero, dal punto di vista farmacologico, i vaccini somministrati a 40 milioni di italiani, e perché lo Stato non ha ancora fatto chiarezza su un tema che riguarda direttamente cure e risarcimenti per chi, ancora oggi, convive con gli effetti di quella campagna.
Il punto di partenza è la distanza tra ciò che l’Agenzia europea del farmaco classifica e ciò che è stato comunicato ai cittadini.
Sul sito dell’EMA esiste una sezione dedicata alle terapie geniche, prodotti che veicolano materiale genetico — “Geniche vuol dire #RNA e DNA, cioè materiale genetico all’interno di un carrier”, per esempio le nanoparticelle lipidiche usate in questi prodotti. Il regolamento europeo prevede però una clausola che cambia tutto: se una terapia genica è indirizzata contro una malattia infettiva, smette automaticamente di essere classificata come tale e diventa, per definizione normativa, un vaccino. “Io la mela posso anche chiamarla banana perché dico che in qualche maniera mi fa curare dal Covid”, commenta l’endocrinologo Giovanni #Frajese, “ma allo stesso tempo rimane essenzialmente una mela”: il paragone scioglie il nodo del problema, perché quel cambio di nome ha comportato un percorso di studio pensato per i vaccini tradizionali — sostanze che non entrano nelle cellule e non circolano nell’organismo — anziché quello, più approfondito, riservato alle terapie geniche. “Hanno mentito sapendo di mentire”, dicendo alla gente che il prodotto sarebbe rimasto nel braccio, “così la gente pensava che fosse come i vecchi vaccini”.
Sul piano pratico della somministrazione si apre un fronte diverso, più legato alla cronaca degli hub vaccinali che alla farmacologia: l’aspirazione con la siringa, il gesto di tirare leggermente lo stantuffo per verificare di non aver centrato una vena prima di iniettare, è una pratica che secondo chi ha potuto osservare da vicino gli hub durante la campagna di massa non sarebbe stata quasi mai applicata — “a me non mi è sembrato mai nessuno di questi operatori che andasse a fare questa operazione”. Da qui l’ipotesi lanciata al tavolo: che gli eventi avversi possano essere stati amplificati non solo dal prodotto in sé, ma “da una somministrazione di massa fatta da persone impreparate e che dovevano sbrigarsi e che non potevano buttare le dosi”.
“Mi sarei aspettato cose diverse”
Sul piano più strettamente farmacocinetico arriva invece una precisazione che sposta il discorso oltre la sola tecnica di iniezione: anche un’inoculazione eseguita a regola d’arte non avrebbe comunque eliminato il problema, perché la diffusione nell’organismo “non è solo un fatto di trasporto nel torrente sanguigno, è proprio un fatto molecolare di diffusione e di assorbimento e di ricircolo di tutta la sostanza” — circa mezzo millilitro per dose, per via intramuscolare, ripetuto più volte nel corso della campagna.
Resta, al netto delle distinzioni tecniche, la richiesta politica con cui si apre e si chiude il discorso: “a oggi sono passati 5 anni, questo profarmaco genico ancora non è stato identificato oggettivamente per quello che è. Perciò tutto quello che sappiamo è fondamentalmente nulla”. Una mancanza di chiarezza che secondo Frajese ha due conseguenze dirette — impedisce di “rendersi conto di cosa abbiamo fatto a 40 milioni di italiani” e di curare chi ancora oggi soffre.
“Questo è un dovere che lo Stato dovrebbe prendersi il prima possibile. Mi sarei augurato che con questo governo accadesse poco dopo che hanno fatto la sospensione di quel provvedimento che bloccava i medici come me, che essendosi rifiutati di vaccinarsi non potevano più lavorare”.
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