Lo spettro dei fact checker si aggira per il web: stiamo vedendo una repressione sempre più palese

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Uno spettro si aggira per il mondo del web: lo spettro del cosiddetto #factchecker. Letteralmente colui il quale deve appurare i fatti controllando che non vi siano #fakenews, ossia bufale, appurando che tutto proceda secondo l’ortodossia della narrazione corretta, quella certificata dall’ordine del discorso dominante.

Ovviamente la figura del fact checker e più in generale la retorica della caccia alle fake news si presentano come #politicamentecorretto e come integrate rispetto a un ordine del discorso che vuol fare prevalere ovunque la correttezza informativa mettendo a margine la pericolosa rinascenza di bufale e di teorie prive di fondamento nella realtà.

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Insomma come sempre l’ordine del discorso tende a presentare le sciagure come chance e il male come se fosse il bene. Potremmo, variando la nota formula di Hannah Arendt, parlare di malvagità del bene, ossia del modus con cui l’ordine del discorso presenta il male come se fosse il bene, come se fosse la quintessenza stessa del bene.

A un’analisi più approfondita possiamo dire che li figura concettuale del fact checker corrisponde a quella del nuovo cecchino digitale che deve colpire senza pietà ogni fonte vagamente dissonante rispetto al logo unico politamente corretto. Più precisamente deve indicare chiunque non sia allineato per escluderlo, per colpirlo nel modo privilegiato nel tempo dell’#infosfera.

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